"Ancora cinque minuti". "Finisco la partita e arrivo". Quanti genitori sentono questa frase durante la giornata? Poi ci si accorge che quei cinque minuti diventano ore, che andare a dormire è sempre più difficile, che gli amici vengono cercati meno e che ogni tentativo di parlarne finisce in una discussione. A quel punto, per un genitore, arriva la domanda: è soltanto una fase o c’è qualcosa di cui preoccuparsi?
Molte volte questa domanda lascia lo spazio a una dolorosa certezza: "Mio figlio è dipendente". Allora iniziano i litigi, le discussioni, la ricerca dello specialista migliore. Per questo è bene fare chiarezza. L'adolescenza è una fase in cui il confine tra sano e patologico appare molto labile agli occhi dei non addetti ai lavori, a volte vengono patologizzati comportamenti che, seppur bizzarri, provocatori e poco comprensibili, fanno parte del normale sviluppo, altre volte invece i segnali di crisi, proprio quegli elementi che necessitano di attenzione clinica, vengono sottovalutati.
Durante l’adolescenza il confine tra una passione coinvolgente e un comportamento problematico può essere difficile da riconoscere. I ragazzi vivono interessi ed emozioni con forte intensità, nella loro pancia si crea un amplificatore di emozioni senza il tasto per regolarle: i giovani si immergono in mondi che gli adulti conoscono poco (ed è giusto sia così) e chiedono spazi di autonomia, avvertono un costante bisogno di libertà in una fase in cui stanno ancora costruendo gli strumenti per gestirla. Per questo è importante osservare con attenzione, senza trasformare subito una preoccupazione in un’etichetta.
Qualcosa è cambiato: le nuove dipendenze negli adolescenti
Le dipendenze di oggi sono ben diverse da quelle del passato, da quelle che un genitore può avere in testa, ad esempio, ripensando alla propria gioventù, e non necessariamente riguardano l'uso di sostanze. Parliamo di nuove dipendenze riferendoci a comportamenti che possono diventare difficili da controllare, come per esempio i videogiochi e il gioco d’azzardo (le scommesse online). Sono esperienze diverse, con rischi diversi, ma entrambe possono arrivare a occupare uno spazio tale da compromettere la vita quotidiana.
L’elemento a cui dobbiamo prestare più attenzione per ipotizzare un’eventuale dipendenza è il passaggio dal piacere alla necessità: un’attività che comincia a diventare qualcosa di cui il ragazzo sente di non poter fare a meno, anche quando gli crea difficoltà, è un segnale da non sottovalutare.
Ma non bastano il numero di ore o la rabbia di fronte a un limite per parlare di dipendenza: la non accettazione del limite esterno è parte della normale adolescenza. Conta ciò che accade nel resto della vita di nostro figlio. Riesce ancora a coltivare relazioni, a riposare, a dedicarsi ad altro? Può interrompersi, anche se con un po’ di dispiacere? Oppure tutto si sta organizzando attorno a un unico interesse, mentre il resto perde progressivamente valore?
Nel caso delle scommesse, vanno considerati anche segnali come spese nascoste, richieste di denaro poco chiare e il tentativo di recuperare ciò che si è perso continuando a giocare. Sono situazioni da affrontare tempestivamente, anche se il ragazzo le descrive come un semplice passatempo.
Da dove partire: l’esperienza emotiva dei nostri ragazzi
Per capire che cosa sta succedendo, dobbiamo avvicinarci anche all’esperienza emotiva dell’adolescente. Crescere significa fare i conti con un corpo che cambia, con il bisogno di essere accettati, con il timore di non valere abbastanza. A volte un’attività offre un luogo in cui sentirsi capaci, riconosciuti, al riparo dal giudizio. Altre volte permette di allontanare per un po’ la solitudine, l’ansia o una delusione.
Questo non significa che dietro ogni partita ai videogiochi ci sia un dolore nascosto. Significa chiedersi quale funzione abbia quel comportamento per il nostro ragazzo. A cosa gli serve? Quale funzione adattiva ricopre? Quando diventa il modo principale per sentirsi meglio, interromperlo può risultare molto difficile: occorre allora aiutarlo a trovare anche altre possibilità per affrontare ciò che prova.
È qui che la presenza dei genitori può fare la differenza. Di fronte a un figlio che si chiude, è comprensibile sentirsi esclusi, arrabbiati o impotenti, a maggior ragione se quel ragazzo prima era il mio bambino sempre allegro amico di tutti. Si può finire per alternare minacce e concessioni, nella speranza di ritrovare un equilibrio, ma ottenendo il risultato opposto: il genitore diventa contraddittorio, poco chiaro, manda messaggi confusi. Un primo passo utile è riportare la conversazione su ciò che si osserva e sulla propria preoccupazione: “Vedo che stai dormendo poco e che hai rinunciato a cose a cui tenevi. Vorrei capire come stai”.
Non sempre arriverà subito una risposta, dipende dal tipo di relazione che il genitore ha costruito con lui. Lasciare aperto quello spazio, senza trasformarlo in un interrogatorio più funzionale a placare l'ansia del genitore che ad accogliere autenticamente il vissuto del ragazzo, è già un modo per creare una base sicura. È fondamentale costruire prima uno spazio di fiducia e soprattutto sicuro, in cui il ragazzo può comunicare ciò che lo mette in difficoltà. Spesso i ragazzi non vogliono parlare con i propri genitori perché hanno paura di deluderli, di ferirli, di farli preoccupare troppo. Quando un ragazzo soffre si sente in colpa per il genitore.
Quante volte i ragazzi che stanno facendo un percorso al Centro Clinico ci chiedono di non dire ai loro genitori quanto stanno male perché non reggerebbero o si arrabbierebbero. Da una parte c'è un ragazzo che si preoccupa di essere più pesante e distruttivo di ciò che è, dall'altra c’è un genitore che deve interrogarsi sul perché il figlio abbia interiorizzato un'immagine così fragile di lui. I figli ci portano in adolescenza il conto sul lavoro fatto con loro nel tempo.
Il primo passo: lavorare sulla relazione genitori-figli
Proteggere il sonno, occuparsi delle spese e concordare tempi e impegni resta una responsabilità adulta. L’ascolto dei nostri figli ha bisogno di accompagnarsi a limiti chiari. È importante spiegare il senso delle regole e verificare come stanno funzionando, evitando che ogni confronto diventi una battaglia da vincere.
I genitori sono testimonianza, questo significa che il figlio impara a stare al mondo anche osservandoli. Sono il primo modello, il primo esempio. Una riflessione onesta (e non colpevolizzante) sul proprio ruolo genitoriale e su cosa ho mostrato a mio figlio è fondamentale.
È certamente più rassicurante dirsi mio figlio non riesce ad accettare le regole... ma quante volte io arrivo in ritardo agli appuntamenti? quante volte sforo una scadenza? quante volte gli ho promesso che sarei uscito con lui a mangiare il gelato per poi tirarmi indietro all'ultimo momento? Spesso gli atteggiamenti dei ragazzi, quelli che consideriamo preoccupanti non sono tanto diversi dai nostri... sono solo più intensi, più carichi.
Lo stesso vale per la capacità del ragazzo di stare di fronte alla propria sofferenza, affrontandola, attraversandola, facendosi aiutare e affidandosi all'altro. Anche qui, io genitore, prima di pensare che non ci siano speranze perché mio figlio non parla ed è troppo chiuso, devo chiedermi: io come affronto la frustrazione? quanto riesco a prendermi carico del mio dolore, delle mie fatiche e a farmi aiutare? Prima di dire a mio figlio che sbagliare è umano, cosa dico a me stesso quando sbaglio? Se riesco a capire cosa quell'atteggiamento dice anche di me, posso già iniziare ad avere meno paura, perché in fondo lo conosco e dunque posso comprenderlo.
Accanto ai confini, un adolescente ha bisogno di occasioni in cui sentirsi parte di qualcosa. Un’amicizia, un’attività scelta per interesse, un progetto in cui dare il proprio contributo possono aprire possibilità nuove. Non serve riempire ogni ora libera: serve cercare insieme esperienze che abbiano un significato per lui, nelle quali possa sentirsi accolto anche senza eccellere.
Se la difficoltà a fermarsi persiste e il sonno, la scuola, le relazioni o la gestione del denaro ne risentono, è il momento di chiedere un aiuto professionale. Non occorre aspettare che la situazione diventi ingestibile. Un confronto con uno psicoterapeuta esperto di adolescenza può aiutare a comprendere il problema e a individuare il percorso più adatto.
Anche i genitori possono fare un primo passo, quando il figlio non è ancora disponibile. Alcuni ragazzi infatti sono desiderosi di iniziare un percorso di aiuto, altri fanno molta fatica, per questo inizieranno i genitori e farsi seguire. A volte basta questo per uscire dalla situazione, altre volte sarà il primo passo per agganciare il ragazzo alla cura.
Prendersi cura di una dipendenza significa aiutare un ragazzo a ritrovare libertà e possibilità di scelta, accompagnarlo a costruire una quotidianità in cui ci siano più modi per stare bene, più persone a cui rivolgersi e qualcosa di suo da desiderare per il futuro.
Dottoressa Elisa Buratti - psicologa psicoterapeuta
Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti di Milano