ADOLESCENTI E SOCIAL NETWORK
di Elisa Buratti
Sempre più spesso, nel lavoro clinico con i ragazzi e i loro genitori, il tema dei social network emerge come un elemento centrale di riflessione. I social, infatti, sono diventati uno dei luoghi principali della vita adolescenziale.
Tanti genitori che si rivolgono al Centro Clinico di Psicologia raccontano di un’adolescenza dei propri figli profondamente diversa da quella che hanno conosciuto loro tanto tempo prima: descrivono ragazzi che faticano a concentrarsi sulla lettura di un romanzo, ma scorrono per ore una sequenza infinita di reel; che alla telefonata con l’amica del cuore preferiscono lo scambio di messaggi o brevi video; che sembrano costruire nuovi miti, idolatrando influencer noti più per la loro visibilità che per ciò che realmente rappresentano. “Mio figlio è completamente assorbito”, “non si stacca mai da quel telefono”, “dobbiamo litigare anche a cena”, dicono. Lamentano, da parte dei loro ragazzi, una vera dipendenza dai social, e sono molto preoccupati.
Tuttavia, se ci si ferma a questo livello del racconto, si rischia di vedere solo il comportamento degli adolescenti, perdendo di vista ciò che lo alimenta.
Dietro lo schermo non c’è solo una distrazione continua dei ragazzi: c’è un bisogno profondo di riconoscimento, appartenenza e conferma, uno specifico compito evolutivo che oggi trova nei social un canale potente, immediato e sempre disponibile.
La vera domanda da porci è che cosa stanno cercando davvero gli adolescenti nei social?
Dal punto di vista psicologico, i social network non sono la causa primaria del disagio, ma un potente amplificatore di bisogni evolutivi già presenti. L’adolescenza è una fase di trasformazione profonda dell’identità, e ogni strumento che promette riconoscimento, appartenenza e visibilità diventa irresistibile.
POSTO DUNQUE SONO. L’IRRESISTIBILE IMMEDIATEZZA DEI SOCIAL
L’adolescente è impegnato in un compito evolutivo complesso: costruire un’immagine di sé separata dall’infanzia, rispondere alla domanda “Chi sono io?”, ma è ancora fragile, spaventato dal mondo dei grandi, dipendente dallo sguardo altrui. Quello sguardo che l’adolescente (e non solo) tende a vedere più nella sua forma giudicante che valorizzante.
Per questo, i social, sono campioni indiscussi in quanto offrono risposte immediate: like, visualizzazioni, commenti, follower. Ogni interazione diventa una piccola conferma di esistenza, un segnale che dice “ci sono” e, soprattutto, “conto per qualcuno”.
Ogni contenuto pubblicato – dal luogo frequentato al cibo assaggiato – non è mai neutro: racconta l’immagine che si desidera mostrare agli altri e, allo stesso tempo, quella che si vorrebbe riuscire a essere.
Dal punto di vista neuropsicologico, questi meccanismi attivano i circuiti dopaminergici della ricompensa. Ma ridurre tutto a una “dipendenza chimica” sarebbe semplicistico. La verità più scomoda è un’altra: i social funzionano così bene perché rispondono a un bisogno profondo di validazione, soprattutto in una fase della vita in cui il senso di valore personale non è ancora interiorizzato.
Quando un ragazzo dice “se non posto, non esisto”, non sta esagerando: sta descrivendo una sensazione interna reale.
ATTRAVERSO I SOCIAL: RELAZIONI PROTETTE, MA IMPOVERITE
Un altro aspetto centrale riguarda le relazioni. I social permettono legami, o forse è meglio dire interazioni, costanti, controllabili, apparentemente sicure. Non richiedono esposizione corporea, gestione del silenzio, tolleranza della frustrazione. È possibile “sparire”, bloccare, modificare la propria immagine, persino cambiare identità. Tutto questo riduce l’ansia relazionale, ma al prezzo di una minore capacità di stare dentro una relazione autentica.
Spesso i ragazzi durante le sedute parlano della loro solitudine… si sentono soli in mezzo a centinaia, alcuni addirittura migliaia, di contatti. Perché il punto non sta in quante persone seguono il profilo o commentano, ma è la qualità del legame a essere – giustamente – messa in discussione. Il vero rischio degli adolescenti di oggi è quello di vivere dentro a tantissime relazioni senza viverne davvero nessuna.
ANSIA E IDENTITA’ A RISCHIO: QUANDO I SOCIAL DIVENTANO TOSSICI
Esiste però un confine sottile oltre il quale i social smettono di essere uno strumento e diventano un fattore di vulnerabilità.
Per un adolescente lo sguardo dell’altro ha un peso enorme, perché contribuisce in modo diretto alla costruzione dell’identità. Quando questo sguardo diventa continuo, pubblico e giudicante, può trasformarsi facilmente in una fonte di ansia. Il ragazzo così diventa fragile, sente di dipendere costantemente dall’approvazione dell’altro ed è sempre meno abituato a tollerare il fallimento e l’imperfezione.
Per questa ragione, il confronto con i miti dei social, amplificato dagli algoritmi, espone i ragazzi a modelli di perfezione irraggiungibili che alimentano senso di inadeguatezza e vergogna. Corpi perfetti, brand di lusso, locali esclusivi diventano standard impliciti da raggiungere per sentirsi all’altezza, per avere valore e riconoscimento. Nella società di oggi il valore non è più rappresentato da ciò che la persona incarna, ma da quanto è popolare e riconosciuta. Sempre più spesso, nel Centro Clinico di Psicologia, incontriamo adolescenti che si sentono “sbagliati” non per ciò che vivono, ma per il confronto costante con questi “altri” percepiti come inarrivabili.
L'impossibilità di riuscire ad avvicinarsi a quei livelli di performance e perfezione genera frustrazione nei ragazzi, senso di mancanza e impotenza, con un impatto profondo sull’autostima e sulla costruzione stessa del proprio valore. È proprio in questo clima emotivo che attecchisce la FOMO (fear of missing out): la paura persistente di restare esclusi, di non esserci abbastanza, di essere sempre un passo indietro rispetto agli altri.
Disconnettersi diventa allora difficile, perché equivale a rischiare di sparire. In questo senso, le riflessioni di Bauman sulla “società liquida” aiutano a leggere il contesto in cui crescono i nostri ragazzi: legami più fragili, facilmente revocabili, che rendono il bisogno di restare connessi ancora più pressante. Restare online per un adolescente diventa così un modo per non perdere un senso di appartenenza percepito come instabile, ma indispensabile.
Quando i social diventano l’unico specchio in cui cercarsi, l’identità smette di consolidarsi e inizia a oscillare.
COSA POSSONO FARE I GENITORI
La tentazione più comune fra i genitori di adolescenti è quella del controllo: limiti rigidi, divieti, monitoraggio costante, parental control. È una reazione comprensibile, ma spesso poco efficace. Il punto non è togliere il telefono, bensì chiedersi che cosa lo smartphone stia sostituendo nella vita quotidiana dei ragazzi. E, ancora prima, interrogarsi sul proprio rapporto con il telefonino.
I genitori, infatti, sono costantemente sotto lo sguardo dei figli e diventano un modello soprattutto attraverso ciò che fanno, più che attraverso le regole che impongono. Se un adulto passa le serate sul divano con il telefono in mano, oppure ha delegato al tablet la gestione del figlio nei momenti di noia, stanchezza o fatica emotiva, è naturale che quel tipo di utilizzo venga percepito come normale. L’uso dei social, in questo senso, non nasce dal nulla: si costruisce nel tempo, all’interno di un clima familiare che spesso, senza accorgersene, ne ha già definito le coordinate, magari fin da quando il ragazzo era ancora un bambino.
Il compito dell’adulto non è demonizzare i social, ma offrire alternative emotivamente significative: relazioni autentiche, tempo condiviso, fiducia, e – soprattutto – la possibilità di sbagliare senza sentirsi giudicato.
I social network non sono un nemico esterno da combattere, ma uno specchio che riflette il mondo interno degli adolescenti. Più quel mondo è fragile, più lo schermo diventa indispensabile. Aiutare i ragazzi a “staccarsi” non significa strapparli via, ma rafforzare ciò che li aspetta dall’altra parte.
Ed è lì che il ruolo dei genitori, oggi più che mai, fa davvero la differenza.
Dott.ssa Elisa Buratti
Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti
Il Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti è una realtà strutturata, altamente specializzata nella valutazione, nella diagnosi e nel trattamento di adolescenti, adulti, coppie e famiglie.
Se desideri saperne di più, vai alla scheda dedicata

